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Lo spettatore del vino

BruceSandersonIl mondo del vino vive di continue trasformazioni, che non riguardano soltanto le sue metodologie produttive ma anche tutto ciò che lo circonda. Che si tratti di pratiche agricole, di diversi stili in fase di vinificazione e di maturazione, del suo mercato e della sua comunicazione, non c’è giorno in cui non capiti d’imbattersi in questa o in quella nuova tendenza. Il risultato è un panorama sfaccettato all’interno del quale è entusiasmante perdersi, ma che può apparire estremamente difficile da decifrare. È per questo che abbiamo pensato di intervistare uno dei suoi maggiori portavoce: quel Bruce Sanderson già senior editor di Wine Spectator, da molti anni attento osservatore dell’Italia e della Borgogna. E, più in generale, giornalista capace di una visione unica sul mondo del vino contemporaneo.

Wine Spectator è una rivista che non ha forse bisogno di presentazioni: nel vino non è solo la più importante ma anche una delle più longeve, nel 2016 ha festeggiato il suo 40° compleanno. È sempre riuscita a mantenere un’autorevolezza che non ha eguali. Bruce, quanto pensa questo successo sia legato alle sue firme?

Prima di tutto, Wine Spectator è riuscito a mantenere la sua reputazione a livelli così importanti grazie alle sue degustazioni alla cieca. Una metodologia che garantisce ai nostri lettori non solo grande affidabilità ma anche quell’indipendenza necessaria per giudicare i più importanti vini prodotti e venduti al giorno d’oggi. Il codice etico che contraddistingue tutti i nostri editor garantisce questa integrità.

Il successo di WS è la conseguenza di queste regole e il risultato di continue riunioni redazionali, durante le quali tutto il team si confronta su possibili articoli da sviluppare e più in generale su quello che succede nel mondo del vino. La visione del nostro direttore ed editore Marvin R. Shanken, la grandissima esperienza dei nostri editor – più di 200 anni se messa tutta insieme –  e anni di copertura di tutte le più importanti regioni del vino ci hanno permesso di rimanere sempre aggiornati su quello che succede in questo settore. Per esempio, James Laube si occupa dei vini della California da più di 35 anni, un periodo di tempo che gli permette di avere una prospettiva unica sulla più importante area produttiva degli Stati Uniti.

Si può affermare che WS negli anni ha saputo adattarsi a un mondo in continuo cambiamento? E quali sono stati i più importanti contributi editoriali e le idee più innovative nate al suo interno?

Avendo raccontato ai nostri lettori l’evoluzione del mondo del vino negli ultimi 40 anni è più facile pensare alla copertura degli eventi più importanti che lo hanno caratterizzato che a un singolo contributo. Dalla joint venture tra Mondavi e i Rothschild al cosiddetto paradosso francese, dall’epidemia della fillossera in California fino ai ritratti dei più importanti protagonisti del vino di questi decenni. Il più grande cambiamento nella direzione editoriale risale all’inizio degli anni ’90 quando Marvin Shanken ha portato WS ad essere non solo una rivista sul vino ma anche di lifestyle.

Alcune delle idee più innovative che abbiamo realizzato comprendono la creazione della Wine Experience nel 1981, il programma Restaurant Awards nello stesso anno, l’annuale Top 100 nel 1988 e, da una storia di copertina di Wine Spectator del 1991, la creazione di Cigar Aficionado nel 1992.

Con TripAdvisor e la democratizzazione del web, siamo tutti diventati critici gastronomici. Si pensi non solo all’avvento dei blog nel decennio scorso ma anche a Vivino e ai suoi 21 milioni di iscritti in tutto il mondo: lo scenario è cambiato per le pubblicazioni considerate come “ufficiali”. Cosa ne pensa? La critica è in generale migliorata o peggiorata? Quali sono le forme più efficaci e gli approcci migliori per parlare di vino in modo contemporaneo?

Questi grandi cambiamenti ci hanno costretto a lavorare sempre più duramente per tenere il passo. Credo che il racconto del vino nella sostanza sia però lo stesso, ciò che è cambiato è il modo in cui viene fruito. Abbiamo creato winespectator.com nel 1994, sviluppato diverse applicazioni per smartphone e tablet e siamo molto attivi sui social media, (sia come pubblicazione che come singoli editor), per promuovere WS e fornire ai nostri lettori i migliori contenuti possibili. Lavoriamo costantemente per migliorare il modo in cui facciamo le recensioni, e usiamo i social media e la nostra grande libreria video come continua fonte di notizie, di informazioni, di formazione. Restare fedeli alla nostra visione originale ci ha permesso di rimanere sulla giusta strada. Detto questo, continuiamo a cercare di capire cosa i nostri lettori vogliono in termini di copertura e di consigli. Loro e più in generale tutti i consumatori credo cerchino ancora consigli e giudizi che siano quanto mai affidabili e indipendenti.

Da oggi a 10 o 20 anni, quale pensa sia il futuro del vino e della sua critica? In particolare quali potrebbero essere i nuovi strumenti attraverso cui acquistare i vini?

La produzione continua a essere frammentata e divisa per compartimenti stagni; negli Stati Uniti la distribuzione è sempre più concentrata. Mentre i consumatori diventano più preparati, credo che il vino come parte di uno stile di vita sia destinato a diventare ancora più popolare e gli appassionati continueranno a cercare informazioni e consigli. Questi fattori rendono difficile per un singolo critico riuscire a coprire ogni aspetto di questo mondo. Con un approccio collettivo, come quello che abbiamo a WS in cui assaggiatori e critici possono specializzarsi sempre di più, continuerà ad essere possibile raggiungere un’audience così vasta. Le innovazioni tecnologiche determineranno gli strumenti con cui farlo, ma è facile prevedere che le informazioni verranno usufruite sempre più attraverso i dispositivi mobili.

Sono passati solo 20 anni ma sembra molto di più: in un periodo di tempo così breve si è passati dal culto della barrique a quello dei vini naturali, mondo in parte caratterizzato anche da materiali dal sapore antico come l’argilla e il cemento. Qual è l’impatto di queste tendenze?

Penso che i migliori produttori siano sempre alla ricerca di strade in grado di migliorare i propri vini. Diverse tipologie di contenitori per la fermentazione e per la maturazione sono in grado di influenzare tanto la qualità quanto lo stile di ogni vino. Quello che a volte può succedere è che un approccio fresco, nuovo, a tecniche considerate come tradizionali si traduca in una nuova tendenza. Come critici siamo sempre alla ricerca di nuove cose di cui scrivere, come consumatori di vini di cui godere. Per esperienza so che ci sono molti modi per arrivare a fare un grande vino: alcuni produttori sono sempre alla ricerca di nuovi metodi, altri sono profondamente legati alla propria tradizione. Sono entrambi approcci validi. Del resto, se tutti producessero vino allo stesso modo questo mondo sarebbe molto più noioso di quello che è. 

In Italia negli ultimi anni è emersa una maggiore attenzione nei confronti della tradizione e di quelle varietà considerate come autoctone. Quanto e com’è stato percepito negli Stati Uniti questo tipo di cambiamento?

Questa ricchezza di varietà autoctone è la vera grande forza dell’Italia. Con la viticoltura e la vinificazione attuali quello che in passato veniva visto come un limite oggi si traduce in una straordinaria gamma di vini del territorio. Credo che questo panorama produttivo venga accolto con entusiasmo dai consumatori negli Stati Uniti, in particolar modo tra i millennials, generazione sempre in cerca di nuovi vini: unici, autentici, capaci di raccontare una storia.

A partire dagli anni ’90 quali crede siano stati i cambiamenti più importanti per questo settore?

Beh, l’avvento di Internet ha cambiato tutto. Al tempo stesso oggi il mondo del vino è quanto mai globale, basti pensare al fatto che prima del 1990 quello della Russia era un mercato che non esisteva e lo stesso continente asiatico non era considerato così importante.

Come critico, ma anche come appassionato di vino, quali sono stati i momenti che più hanno influenzato la sua carriera e il suo personale rapporto con il vino?

Ero appassionato di vino e ho lavorato nel settore per circa 3 anni, part-time, prima di unirmi a WS nel 1993. In quel periodo aver avuto la possibilità di accedere a degustazioni professionali ha accelerato in modo esponenziale la mia formazione. Al tempo stesso lavorare come critico e come giornalista offre ogni giorno opportunità davvero speciali nel mondo del vino, senza dimenticare tutte le persone speciali che ne fanno parte.

Quanto il luogo dell’assaggio ha, secondo lei, il potere di incidere sul momento dell’assaggio? Il fatto di essere in cantina, o comunque nei luoghi della produzione, ci porta a percepire un vino come “più autentico”, oppure no? 

È vero che gli spostamenti, soprattutto nel breve termine, possono incidere sulla qualità del vino (anche se non saprei se in meglio o in peggio). Non credo che la percezione sia necessariamente più “autentica”, credo però che sia facile farsi rapire dal momento, che si stia visitando una cantina o che si sia in vacanza e ci si stia godendo un bicchiere di vino locale. È per questo che le nostre recensioni nascono da degustazioni organizzate in contesti controllati, quasi sempre nei nostri uffici di New York o di Napa. È importante essere coerenti.

Intervista a Bruce Sanderson

Testo Jacopo Cossater
Foto David Yellen

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