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160224_RITRATTO_MARZOTTO_CAPTURE_0136 A pranzo con Gaetano Marzotto - Exploring Taste Magazine

A pranzo con Gaetano Marzotto

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La storia di Santa Margherita è fondamentalmente una storia d’amore. Di amore della famiglia Marzotto per il proprio lavoro, dell’azienda per il proprio territorio d’origine, dei collaboratori e dei lavoratori per i propri prodotti. E del resto del mondo per i suoi vini, sinonimo globale di Italian Style. Una storia che prosegue, nella continuità, con molti progetti per il futuro. Di tutto questo abbiamo conversato durante una piacevole colazione con Gaetano Marzotto, presidente di Santa Margherita.

 

Ci racconta le origini del vostro rapporto con Santa Margherita?

C’è stata una fase della nostra infanzia in cui mio fratello Stefano ed io andavamo spesso a Portogruaro a trovare il nonno, anni prima di tornarci con i miei fratelli più giovani – Nicolò e Luca – con nostro padre Vittorio Emanuele. È durante quelle visite e quelle lunghe passeggiate che ci è stata trasmessa la sua passione e soprattutto la sua visione: trasformare questa meravigliosa campagna vicino al mare, all’epoca in parte ancora paludosa e più che altro adibita a caccia e pesca, in una sorta di distretto industriale agroalimentare. Dall’uva ha fatto il vino, dalle mucche ha fatto il latte, i formaggi e lo yogurt, dallo zucchero lo zuccherificio, dal lino il linificio, e così via. Un processo che ha rivitalizzato una zona estremamente depressa del Veneto, ai confini con il Friuli, dove, negli anni 30, si sommava la depressione generale dell’economia mondiale a quella specifica della zona. Il nonno ha trasformato quel territorio, creando lavoro: dove c’erano 200 mezzadri, che lavoravano sei mesi seguendo i ritmi del latifondismo, ha creato circa 1.200 posti di lavoro reali, operai agricoli che lavoravano tutto l’anno.
Col tempo poi, abbiamo notato che i prodotti che hanno avuto più successo sono stati i vini – e con essi la vetreria, che è molto importante: per fare tutte queste bottiglie di vino, di olio, di latte e di succhi di frutta, che il nonno ricavava dai frutteti, ci voleva la vetreria, e quindi a Portogruaro ne è nata una meravigliosa che oggi è una società quotata, Zignago Vetro.
L’imprinting di tutto è stato quindi la passione, la carica di entusiasmo imprenditoriale, la voglia di creare benessere; l’obiettivo del nonno non era solo fare industria, ma anche promuovere una vita sociale migliore. A Portogruaro, ma anche a Valdagno come in altre zone dove lui ha fatto impresa, ha creato scuole, asili e tutta una serie di attività sociali che permettevano alle persone di condurre una vita serena.

Un classico esempio di passione per l’impresa, con annesso welfare aziendale, e radici storiche ben salde. È stata questa la molla che ha portato Santa Margherita dov’è oggi?

Sì. Grande passione per la vita, per il fare, per il creare benessere, per la produzione di buoni prodotti. Il nonno era appassionatissimo di enogastronomia, con una gran cultura dello stare a tavola; provava amore vero per la convivialità, era un creatore di suoi piatti, che abbinava ai vini. Era anche un tipo molto curioso, dove andava voleva provare il vino del posto. Gli era piaciuto molto il Pinot Grigio, aveva questo gusto piacevole e un colore ramato, in quanto vinificato a contatto con le bucce. Da qui l'idea di togliere le bucce, ottenendo un Pinot Grigio dal colore giallo brillante, luminoso, che è subito piaciuto moltissimo per la sua freschezza e la sua elegante aromaticità.

Un successo globale, fra l’altro, che non si è fermato in Italia. Ci racconta l’approdo nel resto del mondo del Pinot Grigio?

Fu un vino che ebbe prima un’enorme fortuna in Italia. Successe poi che, negli anni ’70, soggiornò in Italia un importatore americano, Tony Terlato. Era ospite all’Hotel Principe di Savoia a Milano, dov’era molto amico del sommelier, al quale chiese: «qual è il vino bianco che va per la maggiore adesso in Italia?». Risposta del sommelier: «guardi, uno dei vini che noi vendiamo di più, che ha più successo, è il Pinot Grigio Santa Margherita.» Lui l’ha provato e se n’è innamorato perdutamente. Al che è andato di corsa a Portogruaro. Lì ha fatto tre giorni di lista d’attesa perché nessuno lo riceveva – nessuno lo conosceva – e ha detto: «se me lo date per l’America, firmo un contratto per cinque anni e proverò a fare del mio meglio». Siamo rimasti insieme qualcosa come trentasette anni, abbiamo fatto un lungo percorso rendendo il Pinot Grigio, e poi il resto dei nostri vini, molto celebri sul territorio americano. Quest’anno è il primo anno in cui abbiamo deciso di vendere noi direttamente negli Stati Uniti. Una sfida importante ed entusiasmante.

È un’epoca in cui si parla tantissimo di valori legati ai brand, sembra non se ne possa fare a meno, alcuni vanno addirittura a cercare di ricostruirseli. Se lei dovesse dire oggi quali sono i valori chiave di Santa Margherita cosa individuerebbe?

Sicuramente la qualità. Lungo tutta la filiera: la qualità non si fa solo in cantina, si fa soprattutto nella terra, si fa nel coltivare bene la vite. È senz’altro il nostro valore principale.
Ma non vi può essere qualità senza investimenti. Le nostre cantine sono un buon equilibrio di innovazione e tradizione: trattiamo l’uva bene, senza pressarla, senza stressarla, addirittura alcune lavorazioni le facciamo a mano. Però poi investiamo moltissimo in tecnologia: quando occorre vinificare velocemente, lo possiamo fare perché abbiamo macchinari che ci permettono di non dover aspettare troppo. Investire per avere più capacità produttiva, mai a discapito della qualità, anzi aumentandola. Tradizione, innovazione, qualità. E poi crediamo molto nelle buone relazioni con tutti i nostri collaboratori. Ne abbiamo alcuni che sono con noi da due o tre generazioni. Per noi il rapporto umano, basato sulla fiducia, è fondamentale.
Ci sono tanti altri valori: crediamo moltissimo, ad esempio nella capacità di comunicare bene, perché puoi fare tante cose eccellenti, ma se poi le tieni per te, difficilmente ce la fai. Uno degli altri valori fondamentali per noi, e quando dico noi intendo sia l’azienda che la famiglia, è che non pretendiamo un ritorno economico nel breve. Agiamo, pensiamo e investiamo guardando alle generazioni future: siamo già alla quarta in questo settore vinicolo, siamo all’ottava nel tessile. A volte facciamo degli investimenti, e i nostri manager ci dicono: «siete sicuri di voler investire nelle terre?», la risposta è sempre sì, anche se sappiamo bene che il return on investment con le terre è basso. Però sappiamo anche che se hai delle buone terre riesci più facilmente a fare buoni vini. Magari nel breve il ritorno non sarà eccellente, però nel medio-lungo farai dei vini migliori, e il consumatore alla fine ti premia.

A proposito di consumatore finale: quanto ha visto cambiare la percezione del vino negli anni? Viviamo in un’epoca in cui tutti sembrano molto esperti di cibo e di vini. È così?

Da quando è stata fondata Santa Margherita, la percezione del vino da parte dei consumatori è stata stravolta. Il vino, all’epoca, era un alimento. I nostri operai e contadini, i nostri collaboratori, uscivano la mattina con il fiasco di vino, un tozzo di pane e un pezzo di formaggio. Un fiasco voleva dire due litri; si beveva molto di più di quello che si beve adesso. Un po’ alla volta poi il vino si è affinato, migliorato, siamo riusciti tutti a farlo meglio. In Italia molto meglio, non a caso siamo quelli che vendono più vino in America, siamo diventati molto bravi.
Noi con Santa Margherita crediamo in un vino da convivialità, gradevole, un vino che si possa bere ovunque pur nella diversità culturale. Oggi si beve in maniera più responsabile, con una qualità molto superiore. Le persone amano molto gli abbinamenti, scelgono il vino a seconda del cibo, addirittura ci sono dei ristoranti in cui si sceglie prima il vino e poi in funzione si ordina da mangiare. Tutto ciò fa parte della cultura del cosiddetto abbinamento intelligente, che stiamo cercando di diffondere con Santa Margherita.

La storia di Santa Margherita è la storia di un marchio italiano con un forte radicamento territoriale, che raggiunge un successo globale sull’onda di alcuni valori e ben definiti. Una caratteristica del Made in Italy, quella di riuscire a esportare un certo nostro stile di vita, aggiornandolo. Perché, secondo lei, lo stile di vita italiano continua a essere un successo globale?

Perché fondamentalmente è uno stile di vita che mette la persona al centro, che privilegia un giusto equilibrio tra lavoro e divertimento. Se si guarda a certe culture anglosassoni, l’unica cosa che conta è quanto guadagni e quanto spendi, mentre noi promuoviamo valori diversi, che riguardano la qualità della vita. Con qualità della vita si intendono varie cose: l’utilizzo del tempo libero, le amicizie, il godersi le belle città in cui viviamo, i viaggi. Uno stile basato più sull’essere che sull’avere. Magari riusciremo a fare meno soldi degli americani, per esempio, però viviamo meglio; a parità di reddito, in molte zone italiane la qualità della vita è superiore rispetto ad altri Paesi. Tutto ciò lo stiamo esportando grazie ai nostri prodotti: non solo il vino, anche la moda, l’arredo, l’automobile e tante altre cose, il cibo soprattutto.
Quando i turisti arrivano in Italia, e sono più di 50 milioni all’anno, si rendono conto che con una cifra contenuta riescono a bere ottimi vini e a provare cibo delizioso, in posti meravigliosi. Sulla scia di questo, negli anni, molti sono diventati addirittura residenti di alcune regioni italiane: c’è stato il tempo del famoso “Chiantishire”, scoperto dagli inglesi, oggi le Marche e la Puglia, per esempio, stanno diventando estremamente cool, alla moda. Ovviamente ci sono anche le cose che non vanno: non siamo sufficientemente organizzati, non abbiamo delle buone infrastrutture, dei buoni trasporti. Bisognerebbe facilitare la nascita di posti dove chi ama l’Italia possa vivere serenamente.

Quanto, secondo lei, in questo discorso di saper esportare il nostro stile di vita, e di conseguenza i nostri prodotti e le nostre aziende, conta il saper fare squadra?

Come Santa Margherita, abbiamo fatto in questi decenni un lavoro straordinario in molti Paesi. Prima di tutto in Italia, dove siamo diventati leader con il Pinot Grigio. Questo si deve al fatto che per anni abbiamo investito sì nella qualità del prodotto, ma anche nella distribuzione: abbiamo una delle reti di vendita migliori nel settore. Siamo riusciti ad avere un successo straordinario in America, e il successo non si ha per nulla, si ha perché c’è un team che funziona benissimo. La vera sfida nei prossimi anni sarà replicare lo stesso altrove. Abbiamo già cominciato a dire il vero: Canada, Caraibi, Europa. Tutti grandi mercati per noi. E stiamo cominciando a diventare molto importanti in Australia, in Giappone, in Corea e in Cina. Ripeto, non sono cose in cui ci si improvvisa, serve una squadra compatta e all’altezza che lavora per gli stessi obiettivi.

C’è qualcuno tra i cosiddetti nuovi mercati che la incuriosisce particolarmente o in cui intravede delle potenzialità particolari?

Sono affascinato dalle potenzialità della Cina e dell’India. Bisogna lavorare sulle formule giuste per vendere loro lo stile di vita italiano, non solo l’enogastronomia, anche le automobili, la moda, il design. Lo vediamo tutti i giorni con i brand della moda che sono riusciti a vendere in Cina quantitativi molto importanti; credo che anche per l’enogastronomia ci sia una forte potenzialità. Il discorso vale al contrario anche: i cinesi sono molto bravi a produrre, hanno grandi possibilità nell’esportazione di prodotti di alto livello. Auspico un forte scambio di culture e di civiltà.

In questo, mi permetta, si rivede un po’ la curiosità del nonno, da cui è partito tutto. Per chiudere, le chiedo un’ulteriore riflessione sull’America e la sua lunga storia d’amore coi vini Santa Margherita. Prossimi passi?

Abbiamo la grande chance di essere noi, negli Stati Uniti, gli importatori di noi stessi e dei nostri prodotti. Questo ci permetterà di vendere, non solo Pinot Grigio, Prosecco e Chianti Classico, ma tutti i nostri vini. Vedo delle potenzialità di crescita straordinarie. Un esempio: sembra che gli americani conoscano solo lo Champagne. Quando provano il Franciacorta Cà del Bosco, però, si ricredono. I giovani millenials americani adorano il Prosecco.

Come dar loro torto, del resto.

 Testo – Federico Sarica
Foto – Andy Massaccesi, Giò Martorana

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